mercoledì 28 aprile 2010
Ancora su Fini
Come volevasi dimostrare: Fini. dopo aver scagliato il sasso, vista la reazione rabbiosa e intimidatoria di quello che riconosce come suo leader-padrone e, spaventato ancora unavolta dal trovarsi emarginato e con sempre minori sostenitori-seguaci, Gli riafferma la propria fedeltà al di là di ogni possibile riserva mentale. Così Gli garantisce il sostanziale appoggio, chiedendo il mero permesso di proporre un emendamento tecnico su cui non insistere più di tanto, sul decreto-capestro delle intercettazioni; sul processo breve già approvato al Senato potrebbe temo fare altrettanto qualora il suo Capo intendesse riproporlo alla Camera, non accontentandosi di altri provvedimenti meno discussi già varati (legittimo impedimento) o da far varare (lodo Alfano costituzionale o nuova immunità parlamentare), avendo Fini sempre distinto la prescrizione breve (a cui si è detto fermamente contrario) dal processo breve, che all'inizio aveva addirittura suggerito lui stesso in alternativa alla prima. Se non che, malauguratamente, l'amnistia di massa mascherata da Fini stesso a parole temuta e criticata non sarebbe con l'approvazione del processo breve affatto scongiurata, anzi diventerebbe una sorta di totale impunità di massa, cioè qualcosa di ancor peggio. Perciò è urgente non restare a guardare cosa succede nel Pdl, criticando il fatto che ci sia confusione e mancanza di unanimità, o che dal punto di vista estetico lo spettacolo possa apparire "indecoroso", come afferma uno spaventato Bersani rigido custode delle regole del bipolarismo e delle naturali scadenze elettorali ma incalzare Fini, pur senza offrirgli una sponda cui aggrapparsi, riprendendo le sue critiche ed evidenziando le contraddizioni teoriche e pratiche in cui cade, non per squalificarlo come vorrebbe il capo del suo partito, ma per sfidarlo ad essere intellettualmente coerente, e per evidenziare ancora una volta la mancanza totale di democrazia e possibilità di portare avanti critiche basate anche sul semplice buon senso nel suo partito in cui il Capo impone di essere amato incondizionatamente e al di là di ogni ragionevole dubbio.
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